L’empatia, quale elemento fondante “l’incontro con l’altro” ancor prima di diventare terapeutico, può essere intesa come un’abilità a percepire i sentimenti ed il mondo o lo stato mentale dell’altro come fosse il proprio mantenendo una forma differenziata di condivisione. Implica il capire dal punto di vista dell’altro e non dal proprio e sentire sulla propria pelle le emozioni di chi si ha di fronte.
Questo termine rimanda all’ascolto, alla comprensione, all’analisi delle proprie emozioni, alla sintonizzazione, alla condivisione emotiva, al contenimento.
L’empatia è anche la modalità attraverso la quale raccogliamo dati psicologici: osserviamo la realtà psichica mediante l’ introspezione per noi e mediante l’empatia negli altri.
Se è vero che l’attenzione verte su ciò che “il paziente porta in seduta” è di non poco conto ciò che “lo psicologo porta di se stesso” nell’incontro con l’altro, riguardo a elementi personali o familiari ad esempio. Nella natura stessa dell’empatia esiste un livello di identificazione o immedesimazione che ci permette di provare ciò che il paziente prova ma la terapeuticità dell’incontro sta nel non farsi travolgere dalle situazioni, identificarsi al punto da annullare cioè la propria funzione, al punto da colludere o amplificare vissuti che non si riescono a gestire. Per Murray Bowen il terapeuta funzionale è portatore di “un sè differenziato che riesce a mantenere l’obiettività emotiva anche quando è dentro un sistema in fermento, ma che nello stesso tempo si mantiene in relazione con le persone”. L’identificazione intesa come immedesimazione aiuta l’incontro ma la confusione tra ciò che è del terapeuta e ciò che è del paziente ne rappresenta un rischio.
Sintonizzazione, coinvolgimento ma non sostituzione, rappresentano il presupposto per creare complessità, apertura,cura, nella relazione terapeutica.
