Il desiderio di avere un figlio è naturale, condivisibile.
Il sentimento più comune che si prova di fronte alla notizia dell’arrivo di un bambino è di grande gioia, perché porta con sé una sensazione di ri-generazione e rappresenta l’espressione dell’amore di una coppia.
Se il bambino “non viene”? Anche questa è realtà. Non ci si fa caso e si continua a provare, a sognare, il desiderio porta a prendere in considerazione diverse soluzioni spesso dispendiose, in molti sensi. Gradualmente la sessualità dei partner cambia, l’atto d’amore rischia di essere messo in secondo piano rispetto al desiderio di avere un figlio; è come se venisse scorporato dal lato affettivo per assumere un ruolo tecnico con un obiettivo specifico.
Arriva prima o poi la delicata fase della richiesta di “rivelazione”, ci si chiede chi sia tra i due la causa per trovare rimedio, ma a volte il rimedio non c’è e si parla di responsabilità della sterilità.
Si può perdere la speranza, l’angoscia può risultare devastante mentre ciò che emerge è un “lutto”. L’identità viene sopraffatta dalla sterilità, subentra la percezione dell’estraneità del corpo, lo stesso che fino a poco tempo prima era considerato amico; un tradimento che fa vibrare le radici del Sé.
Il significato simbolico pur sempre doloroso, cambia per l’uomo e per la donna. Per quest’ultima rappresenta spesso la menomazione della propria identità femminile dove il tassello che la contraddistingue si ritrova nella generatività, nel ruolo e nel vissuto di “madre naturale”, mentre per l’uomo si lega di più all’idea di potenza sessuale, all’efficacia.
E’ utile ricordare che la Sacra Rota contempla l’impossibilità di avere figli come motivazione per annullare il matrimonio. L’evento della sterilità, dunque, ha un’enorme valenza, può distruggere o incrementare un rapporto, dipende dal tipo di legame. Non è da sottovalutare l’impatto che l’evento assume anche nei genitori della coppia che si vedono privati della possibilità di diventare “nonni”: tutti i conflitti non risolti possono venire a galla anche a livello delle due famiglie di origine, soprattutto se l’infertilità è attribuita ad un solo coniuge. Non sarà un caso che i rapporti si freddano, che molte coppie si allontanano emotivamente e fisicamente per arrivare talvolta alla separazione. Questo non vuol dire che si debba essere temerari nell’affrontare una così grande difficoltà di vita, perché resta un evento che mette a dura prova la stabilità individuale ed i progetti per il futuro della coppia. L’uomo attraverso i tempi continua a fantasticare ed a cercare delle spiegazioni per ciò che gli accade e purtroppo una fantasia più o meno inconsapevole di fronte alla sterilità può essere l’idea di una mano soprannaturale che impedisce la reale unione di due individui, il pegno per dei peccati, la punizione a qualche oscuro comportamento; un circolo vizioso. Emerge in questa fase la necessità e l’utilità di un supporto, di un aiuto per la coppia allargato anche alle famiglie di origine per ridefinire il momento, per concedersi la libertà di essere sostenuti e supportati, accompagnati nel valutare le diverse possibili scelte ed i percorsi che ne scaturiscono, per un nuovo inizio. La scelta dell’adozione ne è un esempio ed ha come prerequisito la decisione di continuare ad essere parte della coppia nelle sue mille sfaccettature. Quando la coppia decide di adottare un figlio si rimette in azione la speranza e l’aspettativa anche dei nonni, un vero clima di attesa. Il punto è passare dall’assenso al “consenso” della famiglia allargata, da un “si” a volte inconsapevole ad una reale, totale accettazione del nuovo e disponibilità all’adattamento.
Il bambino è comunque un estraneo, un incontro tra estranei dove la somiglianza non esiste se non affettiva. In questo scenario il bambino rischia di diventare il figlio del bisogno, di non trovare la libertà e lo spazio per diventare autonomo finchè viene vissuto come uno strumento per sopperire al senso di perdita. “Se non vengono aiutati prima i genitori, il bambino non può essere aiutato!” Il percorso che dovrà fare la coppia sarà proprio quello di riconoscere le aspettative, di non tentare di incastrare l’adottato nel puzzle della famiglia felice dal figlio mancato. È inevitabile fantasticare e sperare che abbia o meno comportamenti e caratteristiche desiderati, ma risultano sempre controproducenti affermazioni tipo “io lo accolgo a condizione che …”
Ogni bambino è il risultato di ciò che ha vissuto, porta una sua storia, con un suo puzzle familiare, ed il vero incontro prevede la costruzione di un ponte tra le due realtà. È importante quindi distaccarsi da comportamenti innaturali come il non considerare che un bambino abbia avuto un passato prima dell’adozione, il desiderio cioè del bambino de-storificato. Infatti troppo spesso il minore abbandonato, ha sperimentato sulla propria pelle vissuti di tradimento, sentimenti di rabbia, ed ha visto non mantenuta la promessa di accudimento dai propri cari. C’è bisogno di un processo di ricostruzione della fiducia, di tempo, di amore incondizionato, di lavoro su se stessi come genitori per far si che non sia solo l’anno di pre-adozione “la luna di miele” della nuova famiglia. Il minore va rispettato, amato, tutelato, solo così sarà libero di sentirsi parte della nuova famiglia, una famiglia reale che nulla ha a che fare con l’immagine della famiglia che la pubblicità in televisione ci fa sognare o invidiare.
