All’interno di una relazione di coppia, e prima, nel momento della scelta del compagno/a, sono evidenziabili processi di condizionamento psicologico tali da aver attirato numerosi studiosi nel tentativo di comprendere il complesso “fenomeno coppia”.
Secondo tale filone di pensiero, può accadere infatti, che la scelta sia orientata su un partner in maniera apparentemente libera, mentre ad un livello profondo i condizionamenti della famiglia di origine “suggerirebbero” le caratteristiche non solo esteriori, alle quali dare attenzione nella ricerca del compagno/a. Chiaramente l’influenza dipende fortemente dal livello di maturità raggiunto da un individuo, ossia dal suo grado di autonomia e di risoluzione dei legami con le figure familiari più significative.
Di fondo, quando le relazioni nella famiglia di origine presentano elementi conflittuali, come per la maggior parte delle persone, la scelta risulterebbe condizionata. In questi casi, la necessità di legarsi ad un particolare “tipo” di compagno/a diventa più forte.
L’ombra della famiglia, dei legami infantili più forti, ci accompagna più o meno silenziosamente nella vita e non sempre è chiara, definita, discreta, talvolta prende il sopravvento al punto da non rendere liberi di scegliere; responsabilità, senso di gratitudine e la consapevolezza del grande debito nei confronti della famiglia possono impedire scelte autonome.
La somiglianza tra i propri genitori ed il partner, e tra gli stessi partner è conforme all’idea che già nei primi anni ottanta il dottor Bowlby, fondatore della teoria dell’attaccamento ha elaborato, evidenziando la selezione che le persone operano nell’ambiente sociale per strutturarlo in modo tale da riconfermare le aspettative costruitesi negli anni, sin dall’infanzia.
Il riscontro empirico sul tema della scelta del partner si ha grazie ai recenti studi del dottor Collins e del dottor Read, i quali hanno rilevato che i soggetti tendono a formare coppie con persone che hanno idee simili riguardo, ad esempio, alla possibilità di dipendere dagli altri e di condividere una stessa concezione di intimità. Sarebbe riduttivo e inesatto credere che gli individui ricerchino sempre un partner che sia loro simile in varie dimensioni, tuttavia sono state evidenziate varie tendenze.
Gli individui “sicuri” tendono ad instaurare relazioni durature con compagni “sicuri”, mentre gli uomini e le donne ansiosi non sono inclini ad intraprendere una relazione con un partner che presenti la loro stessa preoccupazione di essere abbandonato o non amato, al contrario, propendono verso un compagno che presenti una tendenza a sfuggire l’intimità, vedendo quindi inconsciamente confermate le loro aspettative.
Gli stessi autori hanno successivamente verificato, una somiglianza tra lo stile di attaccamento del partner e quello dei propri genitori, in particolare del genitore di sesso opposto. Per gli uomini, la descrizione della madre aiuta a presumere il livello di ansia della propria compagna, mentre per le donne la descrizione del padre aiuta a stabilire in anticipo, nel loro partner, il livello di intimità apprezzato e l’accettazione della dipendenza dagli altri. Questi sono alcuni degli interessanti risultati emersi da recenti studi che sembrerebbero sostenere l’affermazione che almeno una volta ognuno di noi ha esclamato ” Perché mi ritrovo sempre nelle stesse situazioni?”
Autore: TWINEst
Il bambino desiderato
La relazione di coppia risulta scandita da momenti o passaggi che arricchiscono, confondono, fanno soffrire; il comune denominatore non sempre facile da evidenziare è il significato nascosto di ogni cambiamento, solitamente e negativamente definito “crisi”: la forza propulsiva, la rinegoziazione dei significati e dei ruoli, la proprietà evolutiva.
Le fasi sono più o meno condivisibili, a partire chiaramente dall’incontro e ricerca dell’altro, all’innamoramento, alla scelta tra matrimonio e convivenza, fino all’uscita dei figli, dal nucleo familiare in età matura ed al riscoprirsi coppia dopo una lunga quotidianità da genitori.
Nell’arco di vita un particolare cambiamento carico emotivamente per l’individuo e per la relazione con il partner, nasce dal desiderio di avere un bambino, in una fase più chiara di quanto potrebbe apparire agli occhi di molti.
Più o meno pianificata è una scelta che porta una “ventata di novità”, i due partner saranno sotto i riflettori, ma la partecipazione e la risposta delle famiglie, calorosa, di supporto, accogliente o al contrario distaccata, e di non approvazione influenzerà sicuramente la costruzione della nuova identità di genitori.
Il passaggio da coppia a genitori è comunemente, culturalmente considerato una naturale evoluzione, un momento di riorganizzazione della propria vita e dei propri valori, dove l’altro, il bambino desiderato, viene ad assumere la posizione centrale. Un passaggio impegnativo dove si crea lo spazio fisico e mentale per un “terzo elemento” che rappresenta la realizzazione di una delle massime aspirazioni della coppia, la continuazione del senso della famiglia, un segno forte dell’ unione, al di là delle attitudini alla genitorialità. Configura probabilmente il legittimo riconoscimento dell’essere adulto ed il superamento dei confini gerarchici tra genitori e figli, quasi un rito di passaggio. Ad un livello più profondo entrano in causa ed in relazione tra di loro due rappresentazioni : l’idea interiorizzata e costruita nel tempo dei rispettivi esempi genitoriali e l’abilità di creare un nucleo autonomo, proprio e diverso dagli altri. Prende forma il legame tra passato – presente – futuro, tre generazioni.
La premessa per la funzionalità della coppia in evoluzione è certamente l’equilibrio, l’intesa, la capacità di condivisione dell’intimità, d’ integrazione tra le somiglianze e le auspicabili differenze tra la nuova famiglia e le famiglie d’origine, funzionalità che è in opposizione alla fusione con il partner o con i propri genitori. Sono elementi indispensabili per concedere al bambino che arriverà lo spazio, la libertà di crescere e dei riferimenti stabili su cui appoggiarsi.
Il bambino che non c’è: assenza e adozione
Il desiderio di avere un figlio è naturale, condivisibile.
Il sentimento più comune che si prova di fronte alla notizia dell’arrivo di un bambino è di grande gioia, perché porta con sé una sensazione di ri-generazione e rappresenta l’espressione dell’amore di una coppia.
Se il bambino “non viene”? Anche questa è realtà. Non ci si fa caso e si continua a provare, a sognare, il desiderio porta a prendere in considerazione diverse soluzioni spesso dispendiose, in molti sensi. Gradualmente la sessualità dei partner cambia, l’atto d’amore rischia di essere messo in secondo piano rispetto al desiderio di avere un figlio; è come se venisse scorporato dal lato affettivo per assumere un ruolo tecnico con un obiettivo specifico.
Arriva prima o poi la delicata fase della richiesta di “rivelazione”, ci si chiede chi sia tra i due la causa per trovare rimedio, ma a volte il rimedio non c’è e si parla di responsabilità della sterilità.
Si può perdere la speranza, l’angoscia può risultare devastante mentre ciò che emerge è un “lutto”. L’identità viene sopraffatta dalla sterilità, subentra la percezione dell’estraneità del corpo, lo stesso che fino a poco tempo prima era considerato amico; un tradimento che fa vibrare le radici del Sé.
Il significato simbolico pur sempre doloroso, cambia per l’uomo e per la donna. Per quest’ultima rappresenta spesso la menomazione della propria identità femminile dove il tassello che la contraddistingue si ritrova nella generatività, nel ruolo e nel vissuto di “madre naturale”, mentre per l’uomo si lega di più all’idea di potenza sessuale, all’efficacia.
E’ utile ricordare che la Sacra Rota contempla l’impossibilità di avere figli come motivazione per annullare il matrimonio. L’evento della sterilità, dunque, ha un’enorme valenza, può distruggere o incrementare un rapporto, dipende dal tipo di legame. Non è da sottovalutare l’impatto che l’evento assume anche nei genitori della coppia che si vedono privati della possibilità di diventare “nonni”: tutti i conflitti non risolti possono venire a galla anche a livello delle due famiglie di origine, soprattutto se l’infertilità è attribuita ad un solo coniuge. Non sarà un caso che i rapporti si freddano, che molte coppie si allontanano emotivamente e fisicamente per arrivare talvolta alla separazione. Questo non vuol dire che si debba essere temerari nell’affrontare una così grande difficoltà di vita, perché resta un evento che mette a dura prova la stabilità individuale ed i progetti per il futuro della coppia. L’uomo attraverso i tempi continua a fantasticare ed a cercare delle spiegazioni per ciò che gli accade e purtroppo una fantasia più o meno inconsapevole di fronte alla sterilità può essere l’idea di una mano soprannaturale che impedisce la reale unione di due individui, il pegno per dei peccati, la punizione a qualche oscuro comportamento; un circolo vizioso. Emerge in questa fase la necessità e l’utilità di un supporto, di un aiuto per la coppia allargato anche alle famiglie di origine per ridefinire il momento, per concedersi la libertà di essere sostenuti e supportati, accompagnati nel valutare le diverse possibili scelte ed i percorsi che ne scaturiscono, per un nuovo inizio. La scelta dell’adozione ne è un esempio ed ha come prerequisito la decisione di continuare ad essere parte della coppia nelle sue mille sfaccettature. Quando la coppia decide di adottare un figlio si rimette in azione la speranza e l’aspettativa anche dei nonni, un vero clima di attesa. Il punto è passare dall’assenso al “consenso” della famiglia allargata, da un “si” a volte inconsapevole ad una reale, totale accettazione del nuovo e disponibilità all’adattamento.
Il bambino è comunque un estraneo, un incontro tra estranei dove la somiglianza non esiste se non affettiva. In questo scenario il bambino rischia di diventare il figlio del bisogno, di non trovare la libertà e lo spazio per diventare autonomo finchè viene vissuto come uno strumento per sopperire al senso di perdita. “Se non vengono aiutati prima i genitori, il bambino non può essere aiutato!” Il percorso che dovrà fare la coppia sarà proprio quello di riconoscere le aspettative, di non tentare di incastrare l’adottato nel puzzle della famiglia felice dal figlio mancato. È inevitabile fantasticare e sperare che abbia o meno comportamenti e caratteristiche desiderati, ma risultano sempre controproducenti affermazioni tipo “io lo accolgo a condizione che …”
Ogni bambino è il risultato di ciò che ha vissuto, porta una sua storia, con un suo puzzle familiare, ed il vero incontro prevede la costruzione di un ponte tra le due realtà. È importante quindi distaccarsi da comportamenti innaturali come il non considerare che un bambino abbia avuto un passato prima dell’adozione, il desiderio cioè del bambino de-storificato. Infatti troppo spesso il minore abbandonato, ha sperimentato sulla propria pelle vissuti di tradimento, sentimenti di rabbia, ed ha visto non mantenuta la promessa di accudimento dai propri cari. C’è bisogno di un processo di ricostruzione della fiducia, di tempo, di amore incondizionato, di lavoro su se stessi come genitori per far si che non sia solo l’anno di pre-adozione “la luna di miele” della nuova famiglia. Il minore va rispettato, amato, tutelato, solo così sarà libero di sentirsi parte della nuova famiglia, una famiglia reale che nulla ha a che fare con l’immagine della famiglia che la pubblicità in televisione ci fa sognare o invidiare.
EMPATIA: strumento del mestiere
L’empatia, quale elemento fondante “l’incontro con l’altro” ancor prima di diventare terapeutico, può essere intesa come un’abilità a percepire i sentimenti ed il mondo o lo stato mentale dell’altro come fosse il proprio mantenendo una forma differenziata di condivisione. Implica il capire dal punto di vista dell’altro e non dal proprio e sentire sulla propria pelle le emozioni di chi si ha di fronte.
Questo termine rimanda all’ascolto, alla comprensione, all’analisi delle proprie emozioni, alla sintonizzazione, alla condivisione emotiva, al contenimento.
L’empatia è anche la modalità attraverso la quale raccogliamo dati psicologici: osserviamo la realtà psichica mediante l’ introspezione per noi e mediante l’empatia negli altri.
Se è vero che l’attenzione verte su ciò che “il paziente porta in seduta” è di non poco conto ciò che “lo psicologo porta di se stesso” nell’incontro con l’altro, riguardo a elementi personali o familiari ad esempio. Nella natura stessa dell’empatia esiste un livello di identificazione o immedesimazione che ci permette di provare ciò che il paziente prova ma la terapeuticità dell’incontro sta nel non farsi travolgere dalle situazioni, identificarsi al punto da annullare cioè la propria funzione, al punto da colludere o amplificare vissuti che non si riescono a gestire. Per Murray Bowen il terapeuta funzionale è portatore di “un sè differenziato che riesce a mantenere l’obiettività emotiva anche quando è dentro un sistema in fermento, ma che nello stesso tempo si mantiene in relazione con le persone”. L’identificazione intesa come immedesimazione aiuta l’incontro ma la confusione tra ciò che è del terapeuta e ciò che è del paziente ne rappresenta un rischio.
Sintonizzazione, coinvolgimento ma non sostituzione, rappresentano il presupposto per creare complessità, apertura,cura, nella relazione terapeutica.
DCA e Adolescenza
L’adolescente sperimenta con angoscia il mutare del suo corpo, cerca di conquistarsi spazi propri, rivendica il diritto di scegliere, di sbagliare e di potere rincominciare per conquistare una propria autonomia e potere riavvicinarsi alle proprie figure genitoriali da posizioni diverse. Crescere incute paura, terrore. Tutto cambia senza che niente cambi, senza che si acquistino contestualmente, una maggiore solidità, certezze nei confronti della vita. Tutto e tutti sembrano ostili, si è soli a fare i conti con nuove realtà spesso insopportabili. Manca la capacità di elaborare tutto quello che sta accadendo. L’imbarazzo, la vergogna di apparire grandi senza esserlo, di mostrarsi sessuati senza avere sperimentato l’incontro con l’altro sesso, senza essere pronti perché questo possa accadere.
L’adolescente sente il proprio corpo inadeguato, non lo riconosce più come proprio. E’ cambiato cosi in fretta che la sua immagine non corrisponde più a quello che conosce di se. E’ questo il momento in cui iniziano i confronti, il proprio corpo non è simile ad un altro. Si cerca un corpo ideale al quale si vogliono rubare quei tratti somatici che potrebbero restituire un’immagine di sé sentita perfetta. Il corpo magro deprivato dai segni sessuali appare come un compromesso valido per entrare sulla scena della vita nel modo meno visibile rendendo tuttavia evidente il disagio psicologico.
L’adolescenza rappresenta, quindi, il momento della difficile ricerca della propria identità e del proprio modo soggettivo di entrare in relazione con gli altri. A volte l’adolescente non riesce ad affrontare tutti questi cambiamenti; i disordini alimentari possono divenire la soluzione illusoria delle proprie difficoltà. I ragazzi spesso sono soli perché non riescono a comunicare il proprio disagio o perchè ritengono che non saranno capiti.
Anoressia, Bulimia, Obesità
Per Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) si intende una situazione in cui il rapporto con il proprio corpo e con il cibo viene alterato, in maniera tale da dominare in maniera anomala e ossessiva le azioni della propria giornata.
Patologie come l’anoressia, la bulimia e l’obesità sono sintomo non di un modo di alimentarsi scorretto ma di una profonda sofferenza psichica.
Ognuno di noi sviluppa abitudini alimentari che si radicano profondamente nella personalità e che risentono di regole, principi, tradizioni e rituali caratteristici di quella cultura e/o di quel gruppo familiare.
L’anoressia è uno stato evidente, è un corpo che parla attraverso la sua magrezza, il suo scheletro esposto. L’anoressia cela una profonda sofferenza interiore. La malattia di solito inizia con una dieta, con restrizioni alimentari mosse dal desiderio di migliorare la propria immagine, di farla aderire al modello imposto dalla nostra società, in realtà la bellezza del proprio corpo è un pretesto, un desiderio che poi non verrà mai raggiunto, il corpo viene debilitato, corroso dall’ostinazione del rifiuto del cibo, fino a ridursi a niente. Le persone anoressiche in realtà non sono cieche e sorde ai morsi della fame, anzi, conoscono perfettamente la fame e ne hanno un profondo terrore: non mangiano niente per paura di mangiare tutto, di non esser in grado di fermarsi.
In poco tempo il corpo e il cibo diventano una vera ossessione, un pensiero coercitivo e un’occupazione costante che non permettono altre passioni, altri interessi… la vera e propria perdita di libertà di pensiero e di azione. L’anoressia può portare a negare la realtà, a non riconoscere il rischio che il corpo corre perché offuscati dall’onnipotenza del rifiuto anoressico e dall’euforia del corpo ridotto a ossa induce a credere di poter dominare ogni cosa, finanche la vita e la morte… ma è un’euforia intrisa di paura. La paura di diventare bulimia.
Chi soffre di bulimia non è una “buona forchetta”, un amante della buona cucina che ogni tanto esagera. La persona bulimica non sceglie di concedersi i piaceri della tavola, ma è costretta ad ingerire cibo, ad ingoiare “tutto il pane del mondo”. E’ molto importante capire questo per debellare il pregiudizio sociale che avvolge le persone bulimiche nella colpa, le accusa di debolezza morale, di incapacità a controllare la propria volontà. Non si tratta di volontà, è qualcosa che si colloca in un posto molto più profondo, si tratta di un vuoto incolmabile che crea un vortice dentro le anime di queste persone, che non possono fare altrimenti. L’euforia che caratterizza il rifiuto ostinato dell’anoressica si contrappone allo sconforto infinito e alla colpa della bulimica che vive così un esistenza ancor più disperata. Per annientare e allontanare questo dolore, morale, ma anche fisico, si cerca di espellere quanto ingerito. Il corpo bulimico si corrode poco a poco. I denti si rovinano, le ghiandole salivari dolgono e s’ingrossano, ulcerazioni e bruciori intollerabili al tubo digerente, piaghe sulle mani usate per procurarsi il vomito. Anche il cuore è messo a dura prova fino al rischio di arresto.
Per anni le persone obese non si sono identificate nei cosiddetti “disordini alimentari”, in base al pregiudizio secondo cui l’obesità sarebbe una rinuncia ai canoni della moda oppure una patologia esclusivamente medica. L’obesità è, invece, una malattia sociale precisa che racchiude un livello di sofferenza enorme. Il mangiare continuo allontana la persona obesa dagli altri, la desensibilizza, la difende dal rischio del desiderio. Il corpo diviene oggetto di vergogna, di non adeguatezza, un corpo non desiderabile dall’Altro, un modo perché l’Altro dica: “non desidero solo un corpo”. L’obesità non viene chiamata sintomo, come avviene per l’anoressia e la bulimia. L’obesità sembra una conquista, il raggiungimento di una posizione.
All’interno delle stesse famiglie, di chi manifesta patologie DCA, il problema viene spesso sottovalutato o addirittura ignorato: a volte ciò succede per una mancanza di informazioni adeguate, a volte invece, le persone coinvolte possono essere spaventate da questa forma di disagio, per paura di essere colpevolizzati come responsabili della problematica o per stigmatizzazione della malattia. Tale incuranza più o meno volontaria, contribuisce a fare si che la persona affetta da un DCA spesso non chieda aiuto, o lo faccia molto tempo dopo l’insorgenza della malattia.
E’ importante ribadire che anoressia, bulimia e disordini dell’alimentazione sono malattie serie.
La bulimia e alle volte l’anoressia sono accomunate anche da una condizione di segretezza: una situazione permanente, in cui molti dei loro sforzi sono rivolti alla riservatezza e alla protezione del sintomo. Come in una sorta di dipendenza, sia il rifiuto del cibo che l’assoluta ingordigia e i meccanismi compensativi utilizzati, diventano i più potenti alleati; così che, le stesse persone affette da DCA arrivano a custodirli come tesori, spesso, perché non riescono a vedere la loro vita futura e attuale senza la presenza dei sintomi.
